...dalle ossa estratta, dei greci le sacre...
Nel discorrere della società e della sua struttura, si sostiene spesso la necessità di uno stato ben organizzato in grado di garantire la sicurezza dei cittadini e la difesa dei più deboli.
La sicurezza, l'ordine e l'organizzazione del vivere civile sono, secondo questo punto di vista, gli elementi che rendono imprescindibile la presenza di un potere centrale che sappia regolare lo svolgimento del vivere quotidiano.
Chi sostiene invece la nocività di un potere centrale, e vede lo stato come un ente costrittivo che limita enormemente la libertà del singolo, è tenuto a rispondere ad una serie di naturali obbiezioni, che riguardano le funzioni principali dello stato stesso prima menzionate: chi eviterebbe, in mancanza di un potere forte, che la società si trasformi in una giungla?
Lasciando da parte per il momento una disquisizione tanto impegnativa, credo che un ottimo spunto per eventuali riflessioni possa essere dato dall'analisi di alcuni fatti storici, esperienze reali che possano offrire un interessante paradigma.
A tal proposito mi piace spesso ricordare ciò che avvenne nella nazione greca in seguito alla rivoluzione del 1821, e la fine della egemonia ottomana.
Nel XIX secolo in Grecia si concluse la dominazione turca, che si protraeva da circa quattro secoli.
La gestione del territorio era fino allora in mano ai rappresentanti del potere ottomano, e la terra era proprietà delle nobili famiglie turche.
Come accade in ogni dominazione straniera, la maggior parte degli autoctoni lavorava queste terre in condizione di semi schiavitù.
Con la fine della rivoluzione e l'allontanamento dei dominatori turchi, verso la metà del XIX secolo in gran parte della penisola greca si venne a creare quello che gli storici chiamano un vuoto di potere.
Lo stato greco si stava lentamente organizzando, venne scelta come capitale Atene, all'epoca un piccolo centro di poche migliaia di abitanti, e nel frattempo la popolazione nel resto del paese dovette continuare la propria vita.
La prima questione da risolvere era la distribuzione della terra lasciata libera dai vecchi dominatori turchi.
Nella provincia dell'Elide i campi vennero divisi in lotti dagli abitanti stessi, e per decidere come distribuirli si organizzarono delle corse con i cavalli.
Ogni famiglia fu rappresentata da un cavaliere, ed in seguito alla gara il vincitore avrebbe scelto la porzione a lui più congeniale.
Il secondo classificato sceglieva un altro lotto, e così via, fino che tutte le terre coltivabili fossero divise.
Prima della gara le comunità avevano stabilito quali terre assegnare alle vedove e agli orfani, affinché anch'essi potessero avere una fonte di sostentamento.
In questo modo la vita ricominciò a prendere il suo ritmo, e le popolazioni del luogo furono, per la prima volta dopo secoli, proprietarie delle terre che coltivavano.
Essendo la terra alquanto fertile era in grado di dare sostentamento a tutti gli abitanti, e nel giro di pochi anni si poterono avviare anche le prime forme di commercio con mercanti stranieri, sfruttando il surplus della produzione.
Lo Stato centrale non si era ancora organizzato, e le varie comunità si amministravano in maniera autonoma, prevalentemente con le riunioni dei capofamiglia e la guida degli anziani di ogni paese.
La vita procedeva tranquilla, pur senza polizia per le strade la gente non si ammazzava a vicenda.
Finchè il governò centrale di Atene finalmente si diede una struttura, emanò le prime leggi, e formò un esercito nazionale.
Una delle prime leggi emanate riguardava la nazionalizzazione delle terre.
Tutte le terre della nazione da quel momento divenivano proprietà dello Stato greco, in nome del popolo greco, ovviamente, e il primo compito dell'esercito greco neoformatosi fu espropriare con la forza le terre ai contadini che nel frattempo le avevano lavorate.
In seguito le stesse terre furono rivendute dal governo, e finirono in gran parte in mano ai grandi latifondisti protettori dei governanti.
I pochi contadini che riuscirono a ricomprarsi la propria terra dallo stato dovettero rivenderla a breve, poiché le tasse che nel frattempo il governo aveva imposto rendeva impossibile trarre guadagno dalla coltivazione diretta di piccole proprietà.
Nel giro di un decennio quindi i contadini si ritrovarono nuovamente a fare i braccianti, nuovamente in condizione di indigenza.
Ai vecchi padroni turchi si erano semplicemente sostituiti quelli greci.
Questo breve lasso di storia greca offre numerosi spunti di riflessione.
Ovviamente è una storia che risale a più di un secolo e mezzo fa, e diversa era la società del tempo rispetto a quella attuale.
Ma risultano, a mio parere, comunque significativi alcuni fatti.
Innanzitutto la popolazione dimostra di saper gestire e dividersi la terra in modo oculato ed equo, mostrando solidarietà verso gli elementi più deboli della comunità.
La divisione non avviene mediante atti violenti, ma in base ad un comune accordo.
In secondo luogo, la comunità prospera con il semplice esercizio della coltivazione della terra, laddove ognuno provvede ai propri bisogni lavorando la propria porzione.
Infine, nessuna polizia risulta necessaria per il “mantenimento dell'ordine pubblico”.
Le persone dimostrano di avere più convenienza nel collaborare che nello scannarsi a vicenda.
Al contrario, il primo gesto che lo stato appena formatosi compie è il togliere le terre ai contadini che le coltivavano e il concederle ai ricchi protettori latifondisti, che con i loro mezzi avevano permesso la formazione della elite governativa.
E le tasse, imposte dal governo centrale per il proprio mantenimento, hanno fatto in modo che non risultasse più vantaggioso per i piccoli proprietari il mantenimento dei loro limitati possedimenti.
Storie lontane, forse, ma gli esseri umani nel loro profondo rimangono sempre gli stessi.
Sempre ci saranno coloro che vogliono solamente vivere in pace gli uni con gli altri, e coloro che con la scusa dell'organizzazione si ingegneranno per togliere ai molti e dare ai pochi.